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Come riattivare i neuroni anziani: la proteina chiave scoperta

Salute / Salute / Ricerca / Cervello
Par Redazione,  publié le 1 Dicembre 2025 à 12h22, modifié le 1 Dicembre 2025 à 12h22.
Salute

ADN

Nuove ricerche sui topi mostrano che l’attivazione di una specifica proteina può ringiovanire i neuroni in età avanzata, suggerendo possibili sviluppi futuri per contrastare il declino cerebrale legato all’invecchiamento.

Tl;dr

  • Astrociti protagonisti nella lotta all’Alzheimer.
  • Stimolazione della proteina Sox9 migliora memoria nei topi.
  • Nuove speranze per terapie innovative in futuro.

Un nuovo approccio alla ricerca sull’Alzheimer

La sfida rappresentata dalla malattia di Alzheimer continua a spingere la comunità scientifica verso percorsi meno battuti. Recentemente, una scoperta realizzata da ricercatori del Baylor College of Medicine ha richiamato l’attenzione mondiale su un protagonista spesso trascurato: l’astrocyte. Finora, la maggior parte delle terapie si è concentrata sui neuroni o sulla prevenzione della formazione delle placche amiloidi, ma questa nuova direzione potrebbe segnare una svolta.

L’importanza crescente degli astrociti

Da sempre noti per il loro ruolo di sostegno ai neuroni e nell’agevolare la comunicazione cerebrale, gli astrociti sembrano nascondere funzioni molto più complesse di quanto si pensasse. Come osserva il neuroscienziato Dong-Joo Choi dell’University of Texas Health Science Center at Houston, il modo in cui questi elementi cambiano con l’invecchiamento e nel contesto delle malattie neurodegenerative rimane in gran parte enigmatico. Gli studiosi hanno ora posto al centro dell’attenzione la proteina Sox9, osservando che nei modelli murini affetti da forme simil-Alzheimer un suo aumento attiva negli astrociti meccanismi utili all’eliminazione delle temute placche amiloidi.

I risultati dei test sugli animali

Stimolando la produzione di Sox9 nei topi con deficit cognitivi, i ricercatori hanno riscontrato una più efficiente rimozione degli aggregati proteici attraverso un’espressione aumentata del recettore MEGF10. Questo miglioramento non si è limitato agli aspetti biologici: durante le prove comportamentali, gli animali hanno mostrato prestazioni mnemoniche superiori rispetto ai controlli. D’altra parte, riducendo Sox9, sono emerse difficoltà significative nella memoria e un peggioramento dei depositi amiloidi.

Diversi elementi spiegano questa decisione di concentrare gli esperimenti su animali già colpiti da decadimento cognitivo:

  • I modelli risultano più simili al quadro umano reale.
  • Si valutano effetti su processi patologici già avviati.
  • L’attendibilità dei risultati ne guadagna in prospettiva clinica.

Sguardo al futuro della terapia contro Alzheimer

Di fronte alla complessità dell’Alzheimer, resta difficile stabilire se gli aggregati proteici siano causa o conseguenza della malattia. Tuttavia, come sottolinea il neuroscienziato Benjamin Deneen, potenziare le capacità naturali degli astrociti potrebbe risultare altrettanto decisivo rispetto alle strategie orientate ai soli neuroni. Pur trattandosi ancora di studi su modelli animali, questa linea di ricerca suscita nuove speranze: forse proprio dalle cosiddette «cellule di supporto» emergeranno soluzioni innovative capaci di trasformare l’approccio terapeutico a una delle patologie più temute del nostro tempo.

Le Récap
  • Tl;dr
  • Un nuovo approccio alla ricerca sull’Alzheimer
  • L’importanza crescente degli astrociti
  • I risultati dei test sugli animali
  • Sguardo al futuro della terapia contro Alzheimer
En savoir plus
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